L’esperienza insegna… così si dice da sempre. Gli atleti agonisti e amatori sanno benissimo che il loro livello atletico è dato, oltreché dalle qualità psicofisiche, da ciò che hanno imparato durante tutti gli anni di allenamento e durante tutte le prestazioni agonistiche che hanno fatto. Quindi se l’esperienza insegna, anche gli errori insiti in essa sono fonte di ricchezza: provando e riprovando nuove soluzioni e adattandole in base ai risultati ottenuti. Gli atleti che temono l’errore, o quelli che lo interpretano come segnale della loro incapacità anziché risultato delle azioni compiute, tendono ad evitare la delusione. Questo meccanismo di evitamento spinge progressivamente la persona verso la passività e il costante rimaneggiamento dei propri obiettivi. Il rischio potrebbe essere quello di avere un atteggiamento poco funzionale: la mente si focalizza solo su ciò che non funziona. La paura della delusione è una delle massime limitazioni per molti potenziali campioni o per esprimere il meglio o il massimo di se stessi. Ciò che risulta fondamentale è considerare che nello sport, anche a livello di competizione, non ci sono fallimenti ma solo risultati. Facile a dirsi, un po’ più difficile credere intensamente che tutto ciò possa essere possibile.
Cosa fare quando il risultato non è quello sperato?
Occorre ovviamente cambiare le azioni che lo hanno provocato; la ricerca attiva di una soluzione conduce a nuove esperienze che non possono che avvicinare al successo e funzionare da esperienze di trasformazione. Queste ultime rinforzano la possibilità di poter riuscire nel cambiamento e quindi al miglioramento.
Quando tali abilità si sono sviluppate e sono applicate in modo ricorrente il comportamento tende a divenire coerente con la convinzione. Ad esempio, se in una gara un atleta attiva una partenza con ritmi ben superiori alle proprie possibilità è ovvio che la sua prestazione sarà totalmente o in parte compromessa, e quindi l’andatura di fine gara sarà sicuramente inferiore alla partenza.
Solo chi correrà dei rischi spingendosi lontano dalle proprie credenze e convinzioni, potrà scoprire quanto si può andare ancora più lontano. E quindi il partire un po’ più piano, con il rischio di vedersi superati fin dall’inizio gara può risultare efficace per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Entrano in gioco altri fattori come ad esempio il livello d’assunzione di responsabilità e gli schemi di convinzioni e credenze che costituiscono i principali parametri di riferimento nella valutazione della maturità di un atleta. Se non si crede nel fallimento, se si ha l’utile convinzione che è solo il risultato ad indicare la bontà della direzione, non si attiveranno mai quei meccanismi di cambiamento utili al raggiungimento dell’obiettivo.
Le nostre convinzioni e le nostre credenze
La nostra vita si fonda sull’immagine del mondo e delle cose che abbiamo verso la vita. Per usare un termine filosofico junghiano è la cosiddetta “weltanschauung”. Le nostre credenze sono idee pre-programmate, ci condizionano, sono così automatiche e sottili, per non dire invisibili, ma sicuramente potenti, da far funzionare completamente la nostra vita senza il minimo pensiero da parte nostra. Ogni tipo di condizione in cui ci troviamo nella nostra vita, o qualsiasi sentimento che proviamo ripetutamente, ha le radici in una credenza e la nostra vita esteriore riflette le nostre convinzioni interiori e di conseguenza i nostri risultati futuri. E non a caso si dice che per cambiare le nostre credenze, quelle ovviamente poco fruttuose, occorra una intera vita. Ciò che risulta importante è affinare la nostra capacità osservativa, per distaccarci, quasi freddamente. Solo analizzandole da vicino, attentamente, anche attraverso l’interiorizzazione, possiamo cercare di capire se queste credenze ci aiutano o sono dannose per noi, non facendoci vivere appieno, quindi, da protagonisti la nostra vita. Il rischio potrebbe essere quello di un “copione”, il copione della nostra vita, recitando semplicemente una parte, che ci siamo dati o che ci hanno dato, o che la società ci ha dato. Una prestazione agonistica, in gran parte, non si può cambiare, quella è, e quella resta; con tutte le difficoltà e imperfezioni della situazione.
Ma è sicuramente possibile cambiare le convinzioni per prestazioni future. A volte accade di vedere o sentire atleti con le loro convinzioni e credenze e tali convinzioni possono mantenere “imprigionati” per mesi o per anni, se non per tutta la vita, pregiudicando prestazioni, record personali o semplicemente la gioia e il benessere di fare sport.
VINCERE
Se pensate di essere sconfitti, lo siete.
Se pensate di non osare,
non agirete.
Se amate vincere ma pensate di non riuscirci,
la vostra sconfitta è quasi certa.
Se pensate di perdere, siete perdenti,
perché il successo comincia con la volontà,
è tutta una questione di stati d’animo.
Le battaglie della vita non sempre sono vinte
dal più forte o dal più pronto degli uomini.
Ma presto o tardi, l’uomo che vince
È colui che pensa di riuscirci.
Frank Michael