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La via americana
FAUSTO NARDUCCI
 

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...alla corsa, di questo si parla. E sapete qual è? Si tratta di correre non a New York, o a Boston, ma a Las Vegas, in un contesto organizzativo molto più naif

Uno sforzo straordinario come la maratona richiede un carico di motivazioni pari ai 42 chilometri (e passa) da percorrere. Finché l’obiettivo è migliorare i propri record, si può anche continuare a scegliere lo stesso percorso, quello più adatto alle proprie caratteristiche tecniche (nel mio caso Milano); finchè l’obiettivo è riabbracciare la folla dei vecchi amici maratoneti, abitudinari come i clienti di un supermercato, non ci si può esimere dal mettersi in fila per ripetere il rito della Grande Mela, e in subordine quello londinese. Ma cosa fare quando le motivazioni vengono a cadere, i record del passato sembrano appartenere a un fratello giovane più in forma e gli impegni ti allontano dagli allenamenti? Qualcosa da fare c’è: percorrere strade nuove. Credo che un buon traguardo nella maturità del maratoneta possa essere quello di cominciare a battere le maratone meno famose, quelle a cui non avresti mai pensato quando eri in forma ma possono offrire un buon abbinamento turistico e di svago. Tutto questo per dirvi che il 7 dicembre scorso, unico italiano di questa edizione e terzo italiano della storia della manifestazione, ho corso la maratona di Las Vegas. Sì, proprio lì, nella capitale del gioco d’azzardo e, per i miei impegni professionali, della boxe, ho portato a termine l’unica maratona di un 2008 in cui la corsa ha avuto un ruolo secondario.
 Una maratona a Las Vegas? Sì, esiste da quattro anni e non si può dire che finora sia stata un successo. Addirittura la Devine, società organizzatrice, ha rischiato la bancarotta e gli ultimi vincitori hanno dovuto aspettare quasi un anno per ricevere i premi spettanti. Ma l’idea di poter correre sulla celebre Strip, la via più lussuosa del mondo dove gli alberghi combattono la gara del kitch e dell’assurdo (non credete al recente articolo del Corriere della Sera dove si dice che Las Vegas è in crisi!), è stata più forte delle perplessità raccolte alla partenza, quando si parlava di possibile annullamento.
 Ma non è della mia maratona (conclusa nei mei limiti attuali in 3 ore e 54 minuti percorrendo mezzo chilometro in più) che voglio parlarvi, quanto della via americana alla maratona, quella che potrebbe aprire una strada anche in Italia se non avessimo un approccio così sacrale. Insomma a Las Vegas ho trovato una maratona assolutamente sfarzosa per quanto riguarda la facilità dell’iscrizione e la varietà dell’offerta di merchandising, ma al contrario molto spartana per l’organizzazione. Vada che, per tutta la settimana, di attesa della maratona, nella distrattissima Las Vegas, fra Mondiale di boxe, finale nazionale del Rodeo e processo Simpson, non ho trovato traccia. Ma cosa dire di una corsa che mette insieme senza nessuna distinzione palestratissimi maratoneti e imbolsiti neofiti della mezza, non ingaggia gli immancabili africani, fa partire tutti alle 6 del mattino nel buio più totale senza l’ombra di gabbie e di li linea di partenza (bastano i fuochi di artificio) ed economizza sulle indicazioni stradali (ma non nei rifornimenti, addirittura ogni due miglia, e sui servizi igienici, ogni miglio)? Io, che non avevo ancora deciso se fare la mezza o la maratona, a un certo punto mi sono trovato a chiedere (senza avere risposta) dov’era la deviazione a un gruppo di addetti distratti. Comunque sia, per almeno due terzi, la Las Vegas Marathon è stata una bomba, una goduria podistica nella città deserta (non per modo di dire): prima la indimenticabile Strip, poi il passaggio nella down town appena svegliata, quindi una serie di autostrade a sei corsie tutte immancabilmente piatte con l’orizzonte che si perdeva a vista d’occhio: insomma, le gambe correvano da sole. La delusione è arrivata nel finale, quando mi ero predisposto per combattere la fatica con il ritorno nella Strip affollata da turisti. Niente di tutto questo: per non disturbare lo shopping domenicale, siamo stati dirottati su una via laterale sterrata, dove si affacciano le entrate di servizio dei grandi alberghi e dove abbiamo trovato i saliscendi che erano mancati nei primi 35 chilometri e, alla fine, il mio GSM ha anche contato mezzo chilometro in più. Ma volete mettere un arrivo sotto il fantastico Mandalay Bay, con il ritorno a casa attraverso i lussuosi corridoi (e i trenini) degli hotel più famosi del mondo? Insomma, un’esperienza contrastata, dove ho potuto toccare con mano l’approccio libero e naïf degli americani alla maratona: una specie di non competitiva di 42 chilometri dove conta la voglia di salutismo e di stare insieme e non il conteggio dei chilometri. E dove su 11.279 classificati all’arrivo (7733 nella maratona), più della metà (5852 contro 5427) sono donne. Un messaggio da girare ai nostri maratoneti, così agguerriti per guadagnare una posizione nelle curve a gomito: “Rilassatevi”! Ed è proprio in questa chiave che le maratone americane (dove gli iscritti raramente scendono al di sotto dei 15.000) stanno costruendo il proprio futuro, lontano dalle capitali New York, Boston e Chicago.
 Dal 2009, anche la Las Vegas Marathon, con un provvidenziale cambio di proprietà, entrerà a far parte delle “Rock and Roll Marathon”: un circuito gestito da una struttura itinerante (immaginate il risparmio nelle spese organizzative rispetto a tante strutture fisse in città diverse che per il resto dell’anno restano semi-inutilizzate) che si sposterà in tutti gli stati dell’America, attuando gli stessi standard di qualità e richiamando le migliori band musicali per dare una connotazione spettacolare all’evento. In pratica, da San Diego a Las Vegas si potrà correre travestiti da Elvis Presley, ascoltare musica dal vivo e trovare la stessa organizzazione collaudata che si appoggerà agli stessi cronometristi, gli stessi fotografi e così via. Insomma, dal 2009 le “Rock and Roll Marathon” diventeranno un affare e anche noi italiani potremo provare a scoprire la via americana alla corsa.

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