Può accadere che un atleta non riesca a recuperare bene fra un allenamento e l’altro e si trovi a fare i conti con una serie di sintomi spiacevoli: stanchezza profonda ed apparentemente immotivata, senso di “gambe molli” e di pesantezza alla testa, bisogno di sedersi in continuazione durante il giorno, disappetenza. Può essere il segnale di un quadro clinico che prende il nome di sindrome da sovrallenamento.
Semplice disturbo o malattia?
Il sovrallenamento viene tradizionalmente descritto come una diminuzione delle prestazioni atletiche indotta da una non tollerata discrepanza tra intensità e volume dell’allenamento.
Ma attenti: vale l’equazione “allenamento = esercizio + recupero”. Ecco quindi che un recupero difettoso può alterare enormemente l’effetto dell’allenamento sino ad arrivare ad alterare l’equilibrio nervoso e ormonale dell’organismo.
Un caso clinico
“Se sono così stanco già stamattina mentre sono seduto alla scrivania, come farò ad allenarmi a mezzogiorno?”
La domanda mi è stata effettivamente posta per telefono poco tempo fa da un maratoneta master quarantasettenne, M.T. , che mi chiedeva aiuto per un quadro di stanchezza cronica e di difficoltà di recupero tra un allenamento e l’altro. Lavorava anche 10 ore al giorno e si allenava nella pausa pranzo percorrendo quasi 100 km settimanali senza risparmiarsi.
La visita clinica da me effettuata in studio il giorno seguente faceva emergere tutti i sintomi clinici della sindrome da sovrallenamento. Erano i primi di aprile e le giornate proponevano escursioni termiche anche di 20 gradi centigradi: +2° C al mattino e +23° C nelle prime ore del pomeriggio. M.T. effettuava l’allenamento sotto un sole e un calore ambientale notevoli. Sudorazione abbondante e fatica che nel pomeriggio aggravavano il già pressante stress lavorativo.
“Devi idratarti bene prima, durante e dopo l’allenamento e, soprattutto, recuperare di più. Hai una frequenza cardiaca di base troppo elevata, intorno ai 70 battiti al minuto: questo indica che vi è squilibrio a livello del tuo sistema nervoso autonomo, cioè nel rapporto fra sistema simpatico e sistema parasimpatico. Lo squilibrio a favore del primo indica che le tue possibilità di recupero attuali sono ridotte al minimo”. Queste furono le mie conclusioni al termine della visita.
Il mio paziente stava incrementando i lavori specifici in vista di una mezza maratona alla quale teneva moltissimo, in programma circa tre settimane più tardi.
“Non voglio nemmeno ipotizzare la possibilità di non correrla!”, fu la risposta che mi diede quando gli consigliai l’opportunità di rinunciare a questo appuntamento agonistico.
Ci guardammo negli occhi: il tempo a disposizione per recuperare la forma era davvero ridotto ai minimi termini.
Una cura che fortunatamente ha funzionato
Prescrissi alcuni esami del sangue per valutare il livello di emoglobina e la concentrazione di ferro nel sangue e nei tessuti, esami che si dimostrarono nei limiti della norma. Prescrissi inoltre un regime dietetico depurativo alcalinizzante e quattro giorni di riposo sportivo assoluto, invitando caldamente M.T. a rispettare il più possibile le ore di riposo notturno (8) non necessariamente di sonno.
Convincere un atleta in pieno allenamento a rinunciare al suo training quotidiano è affare difficile, a volte impossibile. Ma… ”Riposare fa parte della terapia oltre che dell’allenamento. Spesso il riposo è più allenante dell’allenamento stesso. Non puoi assolutamento trasgredire su questo punto.” Il tono della mia voce e il mio atteggiamento erano severi. “Ci sentiamo fra 4 giorni”, conclusi.
Dopo quattro giorni la situazione era in effetti cambiata. M.T. si sentiva benissimo e non vedeva l’ora di tornare a correre. “Devo fare 8 volte i 1000m in 3’40”, con recupero di 2’. Dammi l’o.k.!”, mi disse per telefono. “Fanne solo 6, e recupera 3’. Ricarica la mente, oltre che il corpo”, fu la mia risposta.
Come la maggior parte dei maratoneti, anche M.T. non seppe trattenersi e mi dette retta ma solo a metà: fece 6 volte i 1000 in 3’34” di media con 2 minuti e mezzo di recupero, ma finalmente comprese sulla propria pelle che il riposo è a volte più allenante dell’esercizio.
“Over Training”: qualche nota di fisiopatologia
Non sempre però le cose vanno così bene e si risolvono in tempi così brevi. In effetti la sindrome da sovrallenamento, quando non precocemente riconosciuta, può passare da una fase funzionale, cioè senza particolari danni organici, a una fase pato logica vera e propria che può coinvolgere vari organi e apparati. In questo caso i tempi di guarigione sono molto più lunghi. Il caso clinico sopraesposto dimostra come spesso l’atleta tenda a esagerare con gli allenamenti e sia sordo ai messaggi di allarme che non solo il suo corpo ma anche la sua mente gli inviano. Già, mente e corpo: non due entità separate, ma un tutt’uno indissolubile. Capita spesso che preoccupazioni lavorative o famigliari aggravino il carico emotivo e “asciughino” letteralmente le energie, innescando il già citato squilibrio tra sistema nervoso simpatico e sistema nervoso parasimpatico, i due componenti del sistema nervoso autonomo. Questo squilibrio induce una esagerata stimolazione delle ghiandole surrenali e, di conseguenza, una produzione oltre misura di noradrenalina e di cortisolo, i due ormoni che combattono lo stress. E questa stimolazione svuota le ghiandole surrenali del loro prezioso contenuto, fino al punto che gli ormoni stessi non sono più disponibili per affrontare correttamente lo stress dell’allenamento.
I sintomi di over training non compaiono subito, ma possono rimanere latenti anche per varie settimane finché una condizione particolare (la classica goccia che fa traboccare il vaso) scatena il caso clinico. Nel caso di M.T. questa condizione particolare può essere individuata nell’ampia escursione termica ambientale risultata poi non tollerata dall’organismo.
Una tripartizione da ricordare
Ma ritorniamo al concetto iniziale, di come cioè la componente cosidetta “psichica” e la componente “organica” non siano separabili ma siano entità operative che lavorano una dentro l’altra. Le moderne concezioni scientifiche sono arrivate a coniare il termine “psiconeuroendocrinoimmunologia” per sintetizzare il pensiero dell’unità, scientificamente documentabile sul piano fisico organico, fra sfera psichica - sistema nervoso - componente ormonale e risposta immunitaria. La transitoria insufficienza surrenalica che caratterizza la sindrome da sovrallenamento va interpretata in quest’ottica più allargata.
L’uomo è in effetti molto più complesso di quanto appare fisicamente. In ogni sua parte possiamo intravedere una tripartizione funzionale, rappresentata da: un polo neuro-sensoriale, un polo ritmico e un polo metabolico-motorio.
Quantitativamente e “visivamente” il sistema neuro-sensoriale ha sede nella regione del capo, il sistema ritmico si trova nella parte centrale del corpo (polmone e cuore) e il sistema metabolico- motorio è maggiormente rintracciabile nell’addome e nei quattro arti. Tuttavia i tre sistemi sono finemente mischiati fra loro, cosicché un organo tipicamente “motorio” come un muscolo porta in sé anche una quota di polo neuro-sensoriale: si pensi al semplice fenomeno della contrazione muscolare, che prevede l’attiva partecipazione del sistema nervoso attraverso la placca neuro-muscolare.
Questa tripartizione funzionale dell’essere umano è stata introdotta e ampiamente descritta dal filosofo austriaco R. Steiner all’inizio del secolo scorso e sembra trovare oggi sempre più conferme sul piano scientifico.
Qualche consiglio terapeutico
Cari amici se avvertite sintomi come quelli del maratoneta M.T., correte subito ai ripari. A M.T. prescrissi alcuni integratori a effetto antiossidante: vitamina E, acido docosaesanopico e colostro di provenienza bovina.
Potete applicare questi consigli anche al vostro caso; rivolgetevi comunque, qualora i sintomi non rientrassero nel giro di qualche giorno, a un medico sportivo. Seguite i suoi suggerimenti e, soprattutto,… sviluppate la dote della pazienza. La fretta è cattiva consigliera.